Un altro grande artista contemporaneo al Palazzo della Cultura di Cassino
11 Maggio 2023
Nell’ambito delle mostre programmate per il 2023, di concerto con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Cassino, il Palazzo della Cultura di Cassino dal 14/05/2023 al 04/06/2023 ospita “L’emozione della forma”, una grande esposizione di opere storiche del maestro Angelo Dozio, artista brianzolo molto apprezzato in tutta Italia che può vantare nel suo curriculum, fra i tanti riconoscimenti, di aver esposto anche alla Biennale di Venezia.
Il vernissage è previsto alle ore 18.30 del giorno 13/05/2023 alla presenza del dott. Danilo Grossi, Assessore alla Cultura del Comune di Cassino, del dott. Antonio Fargnoli, Direttore del Palazzo della Cultura, del dott. Paolo Sciortino, giornalista e critico d’arte e del prof. Roberto Capitanio, curatore della mostra.
“A Cassino un altro artista dal curriculum molto importante, noto per le sue ricerche nel campo dell’astrazione formale, vi aspetto. “ – dichiara l’Assessore alla cultura Danilo Grossi.
La mostra sarà trasmessa in diretta nell’ambito della trasmissione condotta da Franco Boni sul canale Arteinvestimenti (SKY 868 e DT133) in onda dalle ore 10.00 alle ore 13.00 del 14/05/2023.
Orari:
Tutti i giorni dal 14/05/2023 al 04/06/2023, dalle ore 9.00 alle ore 20.00. Ingresso gratuito.
Location:
Palazzo della Cultura, Corso della Repubblica 271, Cassino (FR)
Biografia:
Angelo Dozio nasce a Merate nel 1941 da una famiglia brianzola.
Sin dalle scuole elementari gli piace disegnare e la Brianza diventa fonte d’ispirazione con i suoi paesaggi naturali.
Dopo le scuole elementari e medie, avverte la necessità di proseguire gli studi, ma a sedici anni, a causa della morte del padre, è costretto ad occuparsi dei bisogni della famiglia, per questo accantona momentaneamente la pittura ed inizia a lavorare come fornaio, come barista, ma dopo qualche mese la passione per la pittura prevale su tutto e si ritrova a dipingere di notte, quando non lavora, dormendo pochissime ore.
Successivamente si iscrive a una scuola d’arte locale, ma sin da subito la scelta si rivela essere non azzeccata perché il corpo insegnante è molto legato al figurativo accademico, cosa da lui non gradita.
Dopo molti sacrifici riesce finalmente a frequentare un corso d’arte, serale, che lo soddisfa appieno, tenuto presso la Scuola degli Artefici di Brera.
Dozio si fa notare dai professori dell’Accademia sin dal primo anno partecipando ad un concorso internazionale di pittura, a cui erano iscritti undicimila studenti d’arte di tutto il mondo, dove vince il quarto premio.
Ancor prima di iscriversi alla scuola serale, il giovane Dozio frequenta nel tempo libero le gallerie e gli ambienti di Brera, dove conosce Bonalumi, Castellani e Manzoni, artisti che lo aiutano benevolmente ad espandere i suoi orizzonti verso una nuova visione dell’arte. Pur essendo di dieci anni più giovane riesce a fare gruppo, imparando da questi artisti visionari molto ed in fretta, fino ad arrivare a una reciproca contaminazione.
In questo periodo Dozio è affascinato dalle forme dei canneti, caratterizzati dal pullulare di elementi verticali, che a loro volta richiamano il bosco, da Dozio considerato come la parte oscura dell’anima e conseguentemente un’area indeterminata. Questo interesse lo porterà verso una sorta di assolutismo geometrico realizzando una serie di dipinti, tutti compresi tra il 1964 e il1966, dove si nota un’iterazione quasi ossessiva di elementi verticali con molti colori, ottenuti mediante la tecnica della coloritura o della pennellata veloce ricca di colore.
Su Angelo Dozio una grande influenza l’ha avuta sicuramente Rothko, con quei grandi spazi dove il colore è tutto e niente, dove vi sono passaggi tra definito e indefinito, con atmosfere condensate di luce e colore, che esprimono il suono del silenzio, del nulla. Da questo interesse nel 1965 nascono i dipinti della serie “Compressioni”, dove il colore fresco viene impresso sulla tela dipinta in maniera che il risultato finale sia simile a una nebulosa o a una galassia cromatica dal carattere gassoso.
Seguono i dipinti delle serie “Riflessi” (1966) e “Giardino della mente” (1966-1967) dove viene espressa una poetica incentrata sulla spazialità del caos, opere basate su atmosfere notturne e su suggestioni di colore verde di stampo naturalistico, sebbene astratte.
Nei dipinti sopracitati si nota la presenza di sottilissimi reticoli a maglia graffiati sul colore, segni di base del linguaggio grafico, che noi sappiamo solo oggi essere presenti fin dal primo reperto “artistico” dell’uomo (un ciottolo di settemila anni fa ritrovato nella caverna di Blombos in Sud Africa).
Dozio ricorre a questi segni per determinare una spazialità e una tattilità nelle superfici, assimilando l’immagine realizzata a una gabbia affermando la sua idea che la natura non è libera, ma costretta.
Queste gabbie, queste inferriate sono presenze di pulsioni oscure, segni primitivi che appariranno nella fase dei quadri astratti della serie “Labirinti”. Questa forte pulsione, che va verso una spazialità condizionata dalla linea orizzontale in un universo luminoso, la si può constatare nei quadri astratti intitolati “Orizzonti” e in quelli chiamati “Poesie”.
L’interazione ossessiva di elementi verticali a molti colori, già riscontrata nei “Canneti”, la si ritrova trasformata e controllata nelle sue successive opere tanto da confluire nel cosiddetto “astrattismo geometrico” o meglio ancora nel “geometrismo spaziale”.
Successivamente Dozio si rende conto che il dipinto ha dentro di sé una sua attività e che i piccoli punti nelle intersezioni delle linee verticali e orizzontali hanno una loro carica e pulsione al pari di microscopiche lampadine, simili ai “neutrini”, la più piccola quintessenza dell’esistente. Dozio inizia quindi nel 2008 una ricerca che si libera dalle linee verso il punto.
Angelo Dozio partecipa alla 57a Biennale di Venezia nel padiglione della Repubblica Arabo-Siriana nell’ambito della mostra “Everybody Admires Palmyra’s Greatness”.
Egli ama autodefinirsi semplicemente «Uno che tira le linee».
